Un lampeggiante nella notte


Roma a mano armata

Prima di prendere in prestito il commissario Betti da Roma violenta di Franco Martinelli (a.k.a. Marino Girolami) e trasferirlo a Napoli, Lenzi ha avuto il tempo di girare, sempre nella Capitale, un altro classico che ha come protagonista l’altrettanto ferreo e integerrimo funzionario di polizia Leonardo Tanzi (Maurizio Merli). Un piccolo aiuto è d’obbligo per orientarsi nella giungla dei poco fantasiosi titoli del poliziesco all’italiana: Roma a mano armata vedrà un seguito, Il cinico, l’infame, il violento dell’anno successivo, ma non avrà niente a che spartire invece con Italia a mano armata, sempre del ’76, col quale Franco Martinelli chiuderà il su e giù del nostro Betti per i commissariati d’Italia.

Il film si lascia ricordare anche per la trasposizione sul set di una vera e propria accesa rivalità tra mattatori del poliziesco, Merli, appunto, e Tomas Milian, qui nel ruolo di Vincenzo Moretto “Il Gobbo”. Lenzi torna a rappresentare sul grande schermo la follia criminale e la spietatezza che due anni prima aveva trasfuso nel personaggio di Giulio Sacchi di Milano odia: la polizia non può sparare, affidato sempre all’attore di origini cubane, del quale Moretto sembra il corrispettivo borgataro. Il Gobbo lo ritroveremo poi (resuscitato) in La banda del gobbo come il fratello del più celebre (e simpatico) Monnezza.

Roma a mano armata condivide col coevo Napoli violenta il medesimo impianto narrativo, ampiamente collaudato, che vede una vicenda principale svilupparsi sullo sfondo di altri due o tre episodi minori, di cui almeno uno ha un punto di contatto col nucleo della trama. Stavolta però Lenzi non risolve la trama in un susseguirsi sbrigativo di eventi, ma prova a mantenerla ben solida e complessa quanto basta, giocandosi anche la chance di un finale inatteso tutto basato sulla possibilità (di fatto non remota) che l’attento spettatore non abbia fatto un due più due di troppo. Tuttavia, sebbene confezionare un instant movie non appaia essere la preoccupazione principale del regista toscano, anche questa prova non salta l’appuntamento con i temi più scottanti del tempo e tantomeno con la sempre crescente domanda di sicurezza del cittadino comune. Oltre al solito mix di reati predatori, troviamo almeno due chiarissimi riferimenti all’attualità. Bisogna innanzitutto dire che il commissario Tanzi ha una relazione, appena accennata, con Anna (Maria Rosaria Omaggio), bella e comprensiva consulente del tribunale per i minorenni. Difficile immaginare il nostro ferreo tutore della giustizia (più che della legge) impelagarsi nelle beghe sentimentali e, soprattutto, nelle divergenze professionali. Così forse è sembrato anche a Lenzi, che infila qui la dolce psicologa soltanto allo scopo di offrire al commissario qualcuno al quale rinfacciare la riforma dell’ordinamento penitenziario (legge 375 del 1975, che dava piena attuazione alle finalità di “rieducazione” – nel senso di risocializzazione – del condannato di cui all’art. 27 della Costituzione) ed istituti di diritto penale minorile, oltre che la solita mano leggera nei confronti dei delinquenti. Quanto all’episodio dei “figli di papà” simpatizzanti della destra reazionaria e dediti allo stupro di gruppo, non c’è neanche bisogno di dirlo, questo raccoglie tutto il malessere pubblico e le opinioni più diffuse sul massacro del Circeo, risalente al settembre 1975 – l’assalitore destinato a perire per mano del commissario è il ritratto spiccicato di Andrea Ghira, uno dei tre esecutori. Al di là di questo, Tanzi ha un chiodo fisso: mettere le mani addosso al marsigliese Ferrender (esplicito rimando al bandito Jacques Berenguer), una sorta di eminenza grigia alla quale fa capo ben più di un losco affare in città, e che da un po’ di tempo è irreperibile. Il commissario dapprima dà la caccia a Savelli (Biagio Pelligra), rapinatore e uomo di Ferrender, ma il vice questore (Arthur Kennedy) non è disposto ad incoraggiare le sue intuizioni, perché qui Tanzi, a differenza del suo omologo Betti, preferisce contare più sulle mani e sul grilletto che sulla lungimiranza investigativa. Tutte le strade portano ad un certo Vincenzo Moretto, detto “Il Gobbo”, fratello della donna del Savelli, che il commissario non perde tempo ad interrogare coi suoi modi sbrigativi, ma senza successo. La reazione del Gobbo, che fa rapire Anna e le procura un gran spavento, alza il livello dello scontro: da questo momento Tanzi non guarderà in faccia a nessuno. Nonostante questo, i metodi adoperati dal commissario, tutt’altro che conformi alla legge, non piacciono al suo diretto superiore che lo relega a tempo indeterminato nell’Ufficio licenze – ma Tanzi dovrà molto, suo malgrado, a questa provvidenziale “punizione”. Nel frattempo, a titolo del tutto personale, il commissario dà la caccia ad un certo Tony (Ivan Rassimov), personaggio poco raccomandabile che ha sedotto e portato sulla brutta strada la figlia del fu brigadiere Assante, caro collega e amico. Lo spacciatore è sul punto di rivelare preziose informazioni su Ferrender, convinto dai potenti sganassoni di Tanzi, ma qualcuno da una Citroën fa fuoco sull’uomo e centra il bersaglio, lasciando il commissario a brancolare nel buio con un solo indizio: il Gobbo. C’è appena il tempo di sventare coraggiosamente l’ennesima rapina ad opera di Savelli, e poi lo scontro finale, con tutte le carte finalmente scoperte, nel quale il commissario avrà finalmente ragione dello spietato criminale.

Poco da dire sulla trama, e son tutte buone parole. Stavolta la maggiore complessità dei personaggi paga, e ciò è vero almeno per il Gobbo. Il criminale romano presenta più di una analogia col Giulio Sacchi del precedente Milano odia: la polizia non può sparare. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, ha una controparte ben più valida del poco credibile e impotente Henry Silva nei panni del poliziotto. Solo in poche altre occasioni il genere godrà di un confronto così serrato tra protagonisti sul piano delle rispettive personalità. Ne emerge un canone che può valere, in larga parte, per l’intero pantheon dei personaggi del poliziesco all’italiana: abbiamo due uomini, né buoni né cattivi, schierati ai lati opposti della barricata, che si scontrano senza esclusione di colpi. E dispiace per il solito bravo Merli, ma il più convincente stavolta è Milian. Il Gobbo sovrasta per mimica, coerenza e spessore sociale il tutore dell’ordine Tanzi. Tomas Milian dà vita ad un personaggio assolutamente credibile che per alcuni aspetti, quelli più dissacranti e vernacolari, anticipa i connotati del Monnezza, e nello stesso tempo concentra su di sé quelle poche pretese di ritrarre una “proletaria” o, più correttamente, “borgatara” sete di benessere e di riscatto sociale che il Gobbo, dipendente del macello comunale con la Porsche, è pronto a soddisfare ad ogni costo. Il Gobbo conserva le sue caratteristiche fino in fondo, mentre il commissario – complice forse il triste epilogo della sua storia sentimentale? – va incontro ad una improbabile ed inopportuna redenzione proprio nel momento della resa dei conti, per deludere poi pochi istanti dopo, negli ultimi spari finali – non si spara alle spalle nemmeno il peggiore sulla piazza. Ed è qui che l’uomo di legge e l’uomo di strada si equivalgono, nel culmine di una lotta tutta personale combattuta né per lo Stato, né per il denaro, ma per puro odio reciproco. A far da contorno a questo scontro tra titani con un solo incontestato vincitore, un cast più nutrito che in altre occasioni, con una dolce e languida ma poco utile Maria Rosaria Omaggio, ed un sempre efficace Ivan Rassimov nei panni del classico delinquente dalla mascella d’acciaio (sebbene qui gli abbiano assegnato una particina). Il resto ce lo mette Franco Micalizzi, il cui contributo è ancora una volta decisivo ed in questo caso ineguagliabile dagli altri leggendari themes polizieschi che recano la sua firma. Un pezzo di inseguimento riciclato dal precedente Milano odia: la polizia non può sparare è in fondo una leggerissima pecca, che ci sta ed anche bene – dopotutto, un cult è tale anche per cose di questo tipo. Nulla può intaccare uno dei capisaldi del genere.


LA FRASE

Albino: Ma come mai non l’hai fatto fuori quel cornuto di poliziotto?
Il Gobbo: Come mai? Perché quando ‘o farò fuori me dovrà guarda’ ‘n faccia. Me dovrà guarda’ ‘n faccia e trema’ de paura, se deve caca’ sotto quello stronzo. Hai capito Albi’? A proposito de stronzo… Stamattina stavo ar cesso e sento che qualcosa me va per traverso… Dico: li mortacci sua, ma che sta a succede!? Spigne spigne, faccio, me arzo, e guarda che te ce trovo dentro ‘a tazza… (mostra il proiettile che Tanzi gli ha fatto ingoiare)
Albino: Ehila, e come mai?
Il Gobbo: Eh, e come mai… Perché so’ un miracolato, io. Sai quella Santa Chiara là, che sputava ‘e margherite? Perché era protetta da Dio. Ma io che so’ protetto da Satana caco er piombo, capito?

LA SCHEDA TECNICA
Regia Umberto Lenzi
Anno 1976
Durata 95 min
Soggetto Umberto Lenzi
Sceneggiatura Dardano Sacchetti
Produzione Mino Loy & Luciano Martino
Distribuzione Medusa
Fotografia Federico Zanni
Musiche Franco Micalizzi

IL CAST
Maurizio Merli: il commissario Tanzi
Giampiero Albertini: il commissario Caputo
Aldo Barberito: Fogliana
Biagio Pelligra: Savelli
Arthur Kennedy: il vice questore Ruini
Maria Rosaria Omaggio: Anna
Tomas Milian: Vincenzo Moretto, “Il Gobbo”
Luciano Catenacci: Ferdinando Gerace
Ivan Rassimov: Tony
Gabriella Lepori: Marta Assante
Stefano Patrizi: Stefano, uno degli stupratori
Corrado Solari: Albino, uomo de “Il Gobbo”


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